Ognuno di noi cerca il proprio modo di raccontare ciò che vede, ciò che sente e ciò che vuole lasciare nel mondo. Il mio, oggi, passa attraverso corde e nodi.

Ho sempre avuto il desiderio di raccontare storie, immortalare momenti e celebrare ricordi. Per questo, quando ricevo una fotografia, non vedo soltanto un’immagine: vedo un momento che qualcuno ha scelto di affidarmi. Il mio lavoro comincia proprio da lì, trasformando quella fotografia in qualcosa di nuovo, fatto di materia, tempo e manualità.

Prima di arrivare qui, ho attraversato altri linguaggi.

Da amatrice ho ballato danza classica e balli caraibici, ho suonato la chitarra classica. Modi completamente diversi di esprimersi: il corpo, il movimento, il ritmo, il suono. Esperienze che hanno accompagnato alcune stagioni della mia vita e che, semplicemente, a un certo punto hanno esaurito il proprio compito.

Poi è arrivato il bisogno di qualcosa di diverso.

Viviamo immersi in una società che richiede velocità e performance. Siamo abituati a fare, produrre, rispondere, raggiungere. Anche il tempo libero è ormai diventato qualcosa da riempire.

Io ho sentito forte e chiaro il bisogno opposto: lentezza, silenzio, concentrazione.

Il macramè mi ha permesso di trovarli.

Un nodo dopo l’altro, senza scorciatoie. Le mani lavorano e la mente rallenta. C’è un tempo fisico che non può essere accelerato e che, proprio per questo, mi obbliga a rimanere presente.

Ma quello stesso tempo che mi aiuta a introiettare diventa poi uno strumento per esprimermi.

Attraverso i miei ritratti tessili posso dare forma a una persona, a un legame, a un ricordo. Posso partire da una fotografia e trasformarla in un’opera che conserva qualcosa dell’istante originale, ma che possiede una propria identità.

Forse è questo che accomuna tutti gli artisti, al di là delle tecniche.

Un fotografo può avere bisogno di fermare un istante. Un pittore di esplorare colore e materia. Un musicista di affidarsi al suono. Un ballerino di raccontare attraverso il movimento.

Non esiste un linguaggio più giusto di un altro. Esiste quello attraverso cui una persona riesce a esprimere ciò che le appartiene.

Ed è anche per questo che non ho scelto il macramè seguendo una strategia o una logica commerciale.

L’ho scelto perché fa stare bene me.

Perché mi permette di lavorare con lentezza, di cercare l’unicità invece della ripetizione e di trasformare ciò che voglio raccontare in qualcosa che posso letteralmente costruire con le mie mani.

Una fotografia conserva un momento.

Io provo a intrecciarne la storia.

E forse, alla fine, è proprio questo che cerco ogni volta che inizio un nuovo ritratto: non soltanto creare un’immagine, ma trovare il modo più autentico che ho, oggi, per darle voce.

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