La perfezione è davvero un valore assoluto? E un’imperfezione è sempre qualcosa da correggere? A volte, ciò che consideriamo un difetto è proprio il dettaglio che rende una creazione diversa da tutte le altre.
Nel linguaggio comune, la perfezione rappresenta un traguardo: il Vocabolario Treccani la definisce come la condizione di ciò che è compiuto, eccellente, esente da difetti e non suscettibile di miglioramenti. L’imperfezione, al contrario, indica ciò che manca di una qualità necessaria per essere perfetto.
Ma nell’arte e nell’artigianato un’irregolarità è davvero sempre un difetto?
Nella produzione industriale, una variazione rispetto allo standard può essere un problema. Quando invece entra in gioco una mano, una sensibilità, un’intenzione, quella stessa variazione può diventare parte dell’opera.
Lo aveva intuito John Ruskin, scrittore e critico d’arte inglese dell’Ottocento. Parlando dell’architettura gotica, sosteneva che le piccole imperfezioni lasciassero spazio alla libertà e all’espressione di chi lavorava. Eliminare ogni irregolarità avrebbe significato, in qualche modo, eliminare anche la traccia della persona che aveva realizzato l’opera.
Una sensibilità simile si ritrova nel wabi-sabi, l’estetica giapponese che riconosce bellezza nell’impermanenza, nell’asimmetria e nelle tracce del tempo. Una crepa, una superficie irregolare o un segno lasciato dall’uso possono diventare parte dell’identità di un oggetto.
E poi ci siamo noi.
Non esistono due esseri umani perfettamente uguali. Nemmeno i gemelli monozigoti, pur condividendo quasi lo stesso patrimonio genetico, sono completamente identici. Ambiente, epigenetica e sviluppo contribuiscono a renderli differenti.
La nostra unicità, quindi, non dipende dalla perfezione di ogni dettaglio, ma dall’insieme irripetibile delle nostre peculiarietà.
Lo stesso può accadere nell’arte.
Pensiamo alla Venere di Milo: le sue braccia sono andate perdute e, nonostante nel passato si sia persino pensato di restaurarle, oggi quella mancanza è inseparabile dall’immagine con cui la conosciamo.
Oppure alle sculture non finite di Michelangelo: opere rimaste segnate dallo scalpello, nelle quali l’incompiutezza è diventata parte del loro fascino e della loro identità.
Anche nei miei ritratti tessili ogni nodo è realizzato a mano. Il filo segue un percorso preciso, ma il risultato non nasce da una produzione seriale in cui ogni elemento deve essere identico al precedente. Piccole variazioni nella tensione, nell’intreccio o nella superficie fanno parte del processo.
Non li considero errori. Preferisco chiamarli caratteristiche.
Perché un’opera realizzata a mano non deve necessariamente essere priva di ogni irregolarità per avere valore. Può essere proprio quella piccola variazione a raccontare che lì c’è stata una mano, una scelta, un gesto irripetibile.
E alla fine, credo, anche perfezione e imperfezione sono concetti soggettivi.
Quello che per me è perfetto, per te potrebbe essere imperfetto. Quello che io potrei voler correggere, tu potresti invece riconoscerlo come il dettaglio che rende quell’opera speciale.
Allora, direi, non si tratta di eliminare ciò che si discosta dalla perfezione, ma di imparare ad apprezzare ciò che rende ogni opera unica!
[Ti è piaciuto questo racconto? Ogni domenica il Diario si arricchisce di una nuova storia. Se desideri riceverla direttamente nella tua casella di posta, iscriviti al Diario.]

