Dietro le mie creazioni ci sono migliaia di nodi fatti a mano. Ma prima ancora delle mani, della corda e del tempo dedicato a ogni opera, c’è una storia lunga secoli. È la storia del macramè.
Il termine macramè identifica sia una tecnica sia il pizzo con essa ottenuto, che si differenzia dal ricamo perché non prevede un tessuto di supporto. Attraverso questa tecnica è possibile realizzare oggetti d’uso, complementi d’arredo e opere artistiche.
Le origini del macramè vengono generalmente ricondotte al mondo arabo. Anche il suo nome deriva probabilmente dall’arabo maḥrama o, attraverso il turco makrama, indica un fazzoletto o un tessuto decorato. Furono gli artigiani arabi a utilizzare questa tecnica per rifinire i bordi dei tessuti con elaborate frange annodate. Nei secoli successivi il macramè si diffuse lungo le rotte del Mediterraneo, arrivando in Europa e trovando a Genova uno dei suoi principali centri di diffusione grazie agli scambi commerciali e ai marinai, che durante le lunghe navigazioni impiegavano i nodi anche per realizzare oggetti utili e decorativi.
Con il tempo il macramè è diventato una delle espressioni più conosciute dell’artigianato tessile. Attraverso l’annodatura manuale di corde e fili, senza l’impiego di telai o altri strumenti, le mani danno forma a oggetti, decorazioni e complementi d’arredo. Negli ultimi anni questa antica tecnica è tornata protagonista anche negli interni contemporanei, riscoperta per la sua essenzialità e il valore del lavoro manuale.
Ma una tecnica, da sola, non definisce ciò che viene creato.
Così come un pennello può essere usato per dipingere una parete o realizzare un quadro, anche il macramè può dare vita a un oggetto artigianale oppure diventare un mezzo di espressione artistica. A fare la differenza non è la tecnica, ma sono il progetto, l’intenzione e il significato che si desidera trasmettere.
È forse questa la sua forza più grande: conservare la memoria di un’antica tradizione e, allo stesso tempo, lasciare spazio a nuove forme di espressione artistica.
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